14 Luglio – 14 Agosto 2023
ELTE Füvészkert
“A Budapest non ho voluto semplicemente trasportare la mostra di Roma, inserendomi forzosamente in un altro contesto, ho creato le condizioni per poter realizzare un lavoro specifico, trovando una prospettiva nella realizzazione delle opere che si riallacci in modo stretto alla cultura ungherese”
Il ricamo della “rosa Matyò”, è da secoli opera di donne deputate al crearne le varianti da un disegno base. Questa forma di restituzione del paesaggio del popolo Matyò, che come molti altri è stato progressivamente assorbito dal processo di creazione delle identità nazionali, tutelandone e al contempo standardizzandone la cultura in funzione anche turistica ed economica è – nella visione dell’artista – alla stregua di un campo che, dalla condizione di essere libero di germinare la propria biodiversità, diventa verde e sfalciato prato omologo.
Narra la leggenda che il ricamo Matyò nasca per ricongiungere una coppia di futuri sposi. Una forza negativa, rapì il ragazzo chiedendo come riscatto un grembiule colmo di fiori in pieno inverno. La ragazza, per riaverlo, riempì effettivamente il grembiule di fiori, ma ricamandoli. La leggenda edulcora il lungo lavoro tutto al femminile del corredo, simbolo di una donna legata a un ménage quotidiano elitario e patriarcale.
Silvia Cini trasforma il ricamo tradizionale della rosa in orchidee, quelle che fioriscono oggi negli spazi interstiziali di incolto, riportandole sui camici che le biologhe indossano nell’Orto Botanico di Budapest. Luogo dove quotidianamente viene “ricamato in vitro” un corredo per la tutela e la salvaguardia interspecie.
La videoperformance Matyò, ispirata dal salone ottocentesco e dalla ex ballroom del Kastély, l’antico castello sede espositiva nel cuore dell’Orto Botanico di Budapest, fonde i passi della danza tradizionale Matyò e della danza contemporanea con le immagini di reportage etnografici anni Venti del popolo Matyò.
Le antiche teche negli ambienti del Kastély, sormontate dal succedersi degli austeri ritratti dei passati direttori, si sono animate, ospitando in certi casi lo scandire dei passi di danza, o l’insieme di antichi erbari, sculture galvanoplastiche, foto sul campo di fioriture urbane, mappature, dati, fino ad illuminarsi trasformandosi in lightbox dove si succedono le immagini delle orchidee censite.
L’installazione audio ambientale, filo conduttore della mostra, narra in italiano, inglese ed ungherese la storia dell’incontro a distanza di più di un secolo tra le opere dei due artisti, entrambi affascinati da un mondo microscopico e nascosto.
Silvia Cini trascende dall’idea esotica dell’orchidea e valorizza la metafora sociale di queste straordinarie piante, dette in Botanica specie carismatiche, che compiono il loro ciclo vitale solo nella possibilità di essere in simbiosi con altri viventi. Le orchidee geofite dei climi temperati, che possono vivere solo grazie al rapporto simbiotico con le ife di funghi contenuti nel sottosuolo, sono metafora della relazione tra il visibile e il non visibile dei rapporti di cooperazione che portano alla convivenza, ad ogni forma di mutuo appoggio. Mentre le orchidee tropicali epifite, che si appoggiano alla corteccia degli alberi, non per parassitarli succhiandone la linfa, ma anzi “abbracciandoli”, evocano l’allegoria di tutte queste straordinarie piante, che compiono il loro ciclo vitale solo nella possibilità di essere in simbiosi con altri viventi.
Ricercando le tecniche coeve a Coleman di stabilizzazione delle specie botaniche, Silvia Cini ha realizzato piccole sculture di orchidee spontanee, riportando in uso il processo di galvanoplastica, tecnica ereditata da affascianti musei di storia naturale mittel europei. Ognuna segna il luogo di una fioritura in città, il prototipo di un segnasfalcio che va ad indicare dove non intervenire e lasciare che sbocci quel che la terra nasconde. Scultura che nasce dalla materia viva e torna alla terra per preservarla, per raggiungere l’obiettivo di una ricaduta reale, nella regolazione dei tempi di sfalcio portando, si spera, come già avvenuto in un’area del pieno centro storico di Roma ad un rifiorire protetto e rigoglioso.
ELTE Füvészkert
Ilés u. 25 – 1083 – Budapest
https://www.fuveszkert.org/