MONACO DI BAVIERA, Kunstraum München | 4 Maggio 2024

“Tutte le possibili combinazioni e tutte le contraddizioni sono inscritte nella diversità del mondo” (Glissant, 1998)

 

Nell’intervento previsto in Germania per il progetto En plein Air, a cura di Emily Barsi tra i curatori di Kunstraum München, Silvia Cini, affiancata da esperti botanici, ricreerà in una zona urbana rinselvatichita l’intervento Estranee, mappatura sistematica della flora sintropica .

 

Come scrive la curatrice del catalogo e degli incontri Alessandra Pioselli, il luogo dell’intervento di Silvia Cini è uno spazio non addomesticato. In una porzione di bosco, l’artista identifica e marca con dei cartellini segnaletici tutte le piante non autoctone con valore di metafora dei percorsi di migrazione e adattamento. Scrive Glissant: “chiamo una lingua creola quella in cui elementi costitutivi sono eterogenei tra loro”. “I creoli provengono dallo scontro, dalla consunzione, dal consumo reciproco di elementi che all’inizio sono del tutto eterogenei fra loro, con un risultato imprevedibile” ed è qualcosa di nuovo, ma non si può dire che sia un’operazione originale, perché, riportando il discorso agli idiomi, “quasi ogni lingua è in origine una lingua creola” (Glissant, 1998). Silvia Cini osserva il bosco, considerandolo un habitat ibridato. Se le piante seguono le strade imprevedibili della migrazione, della mutazione e dell’adeguamento all’ambiente, come separare le specie vegetali autoctone da quelle alloctone? Avendo ogni specie una precisa area di diffusione geografica, la certezza delle scienze naturali e biologiche considera autoctone quelle che vivono nella zona in cui hanno avuto origine e si sono evolute. Alloctona, invece, è la specie che si è adattata a vivere in un ambiente che non è originariamente il suo. Il paesaggio antropizzato è caratterizzato da una flora migrante da altre aree geografiche fin dall’antichità, assunta a segno identitario tale da ritenersi autoctona nella percezione collettiva. Nel tratto di boscaglia preso in esame dall’artista, acacie e robinie sono aliene, ma non estranee. Richiamando i concetti di indigeno e di originario, il termine autoctono è altrettanto scivoloso. L’operazione di Silvia Cini chiama in causa le valutazioni culturali in base alle quali i criteri di classificazione sono stabiliti, ricordando che la categorizzazione è una pratica problematica e le etichette sottopongono l’oggetto alla disciplina di un discorso, per richiamare Michel Foucault. Il bosco che piace pensare creolo lo è nel senso non pacificato di una parola che conduce dentro di sé il senso della lotta e della frattura di cui parla Glissant, pure ricomposta in unità. Accade che le specie alloctone entrino in competizione con le indigene e che l’adattamento sia fatto di vittorie, resistenze, perdite, compromessi. Il bosco è metafora di una lingua che continuamente si riconfigura assorbendo elementi eterogenei la cui origine non è più distinguibile perché confluenti in un nuovo parlato. Il gesto catalogatorio di Silvia Cini porta a distinguere le radici, ma per smascherare i concetti. Gli areali, reali confini sovranazionali ed interspecie si contrappongono alle umane frontiere. Il bosco incolto non è più lo spazio dell’altro da sé, dell’alieno, la selva contrapposta alla civiltà. È, piuttosto, uno spazio meticcio.

 

Con il lavoro Estranee (2013), l’artista riprende le fila del discorso iniziato nella seconda metà degli anni Novanta con le opere Microcosmi microclimi e Terre di riporto (entrambe del 1998).

 

“…il transito, al contrario del movimento, non è una libera scelta, una condizione di vita, ma una forzatura. Come la forzata convivenza tra emigranti e stanti in un territorio. Le terre di riporto vengono spostate per costruire case, strade, spiagge e dentro di esse sono conservati sementi e detriti che provengono da altri territori, si mischiano a quelli autoctoni, contaminandosi. Esprimono la potenza in fieri della natura e sono metafora della potenza in fieri dell’uomo. Sono la controparte di quella globalizzazione piatta ed educata che ci viene proposta, molto più reale e sinceramente arrabbiata. È l’etnia che non si lascia definire perché rigetta qualsiasi tentativo di riduzione a parametri definiti, perché muta in ogni luogo e ogni contesto.”

 

Monaco di Baviera diventa un nuovo terreno di esplorazione e di ricerca che permette all’artista di creare un fil rouge con i precedenti lavori e di indagarne possibili sviluppi. L’intervento è realizzato in collaborazione con il partner di progetto Kunstraum München, spazio artistico situato nel cuore di Monaco di Baviera e si inserisce nel programma di En plein air, una serie di performance che hanno luogo in spazi pubblici, curato e ideato da Emily Barsi. Nelle precedenti edizioni En plein air ha coinvolto fino ad ora  20 artisti provenienti da 13 paesi differenti, che si sono incontrati per stimolare una riflessione pubblica su temi sociali e lavorare sugli spazi verdi urbani.